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giovedì 17 maggio 2012


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Campagna di Comunicazione

L’idea

L’idea creativa della campagna raccolta fondi del 5 x 1000 a favore dell’Università degli Studi di Foggia ruota quest’anno attorno ad un tema importante: la fuga dei cervelli e la necessità di sostenere la ricerca come mezzo per contrastare tale fenomeno e trattenere i nostri giovani ricercatori.

Il messaggio è veicolato attraverso una vignetta realizzata da Umberto Romaniello che utilizza il personaggio di Sherlock Holmes per fare un invito ad “Aiutarci nella Ricerca”. Il personaggio di Sherlock Holmes, scaturito dal genio letterario di Arthur Conan Doyle, è probabilmente la figura di investigatore/ricercatore più famosa della letteratura, conosciuta ed imitata in tutto il mondo anche ai giorni nostri. Attraverso la logica, la deduzione e l'applicazione della scienza Sherlock Holmes è in grado di risolvere i casi più intricati e i misteri più oscuri. Un investigatore che è, quindi, anche un ricercatore, convinto sostenitore della validità e della solidità della scienza.

Gli obiettivi

Obiettivo della Campagna di comunicazione è da un lato quello di sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza di sostenere le attività e i progetti di ricerca dell’Università di Foggia attraverso la devoluzione della quota del 5 x 1000 e dall’altro quello di garantire nel tempo la sostenibilità delle azioni promosse dall’Università favorendo una responsabilità sociale diffusa verso tematiche importanti per lo sviluppo della Capitanata.

I mezzi di comunicazione

Per la campagna di comunicazione, in considerazione della scarsità di risorse a disposizione dell’Ateneo, saranno utilizzati alcuni strumenti di comunicazione tradizionali come i comunicati stampa, la newsletter, lettera aperta del Rettore ai cittadini della Capitanata, locandine (da affiggere non solo nelle strutture universitarie ma presso i principali luoghi di aggregazione della città), flyer pubblicitari, e altri più innovativi come l’uso di mailing list per comunicazioni mirate verso i vari pubblici di riferimento (istituzioni, i enti, ordini professionali, associazioni di categoria, scuole secondarie, studenti, docenti, personale accademico, ecc), siti internet di Ateneo e del Rettore, social network (Facebook e Twitter), spot video da pubblicare su You tube e da proiettare nelle sale cinematografiche della città.

I partner

Quest’anno la campagna di comunicazione si avvarrà del sostegno di alcuni partner : Camera di Commercio, Ordine dei Dottori Commercialisti ed esperti contabili e Gruppo Giovani imprenditori di Foggia.

Il messaggio: “Fuga dei cervelli? Aiutaci nella Ricerca”

Partono per studiare altrove con la speranza di trovare lavoro. Quasi sempre ci riescono e non tornano più in Italia. Sono i giovani studenti universitari e i ricercatori del Belpaese che, disillusi e stanchi delle scarse possibilità in terra patria decidono di emigrare per cercare fortuna altrove e nel 50% dei casi non considera la possibilità di tornare in Italia.

Le cause in Italia della “fuga dei cervelli” vanno ricercate fondamentalmente nel sottofinanziamento della Ricerca che si traduce in scarsa meritocrazia e, quindi, nella scarsa capacità di trattenere e attrarre intelligenze. I ricercatori italiani che decidono di recarsi all'estero lo fanno per sfuggire alle scarse opportunità economiche offerte dal nostro Paese. Ad esempio la borsa di studio per un dottorato di ricerca in Italia è da sempre assai inferiore rispetto ad altri paesi avanzati. I nostri giovani ricercatori migliori trovano facilmente lavoro presso università e centri di ricerca stranieri, con livelli di retribuzione adeguati, migliori tutele e soprattutto, interessanti prospettive di ricerca e inserimento professionale.

Accanto al fenomeno della fuga dei cervelli, inteso come migrazione dei giovani laureati e ricercatori verso Paesi stranieri, l’ultimo rapporto Svimez 2009 ha registrato un fenomeno migratorio altrettanto preoccupante che certifica in modo ineludibile il più grande trasferimento di intellettualità che mai sia avvenuto dal sud al nord Italia per mancanza di poli attrattivi e di opportunità professionali. Sono 700 mila le persone che fra il 1997 ed il 2008 hanno lasciato il Sud per raggiungere le città più ricche del Nord Italia e l’87% di questi si è spostato da Campania (25 mila), Puglia (12,2 mila) e Sicilia (11,6 mila). Solo nel 2008 il Meridione avrebbe perso 122 mila residenti.

A fronte di un «Centro-nord che attira e smista flussi al suo interno» c'è un «Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni». Meno posti di lavoro dunque e soprattutto una «carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto». A questo proposito un indicatore utile è costituito dalla diminuzione dei laureati negli atenei meridionali. «Nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tre anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%». Soprattutto «i laureati meridionali che si spostano dopo la laurea al Centro-nord vanno incontro a contratti meno stabili rispetto a chi rimane, ma a uno stipendio più alto. Il 50% dei giovani "immobili al Sud" non arriva a 1.000 euro al mese, mentre il 63% di chi è partito dopo la laurea guadagna tra 1.000 e 1.500 euro e oltre il 16% più di 1.500 euro».

Nei mesi scorsi il problema della “fuga dei cervelli”, oltre che dall’ultimo rapporto Svimez, è stato portato nuovamente all’attenzione dell’opinione pubblica grazie a due lettere aperte: la prima scritta da Pierluigi Celli (direttore generale dell’Università Luiss di Roma) a suo figlio e pubblicata dal quotidiano la Repubblica che titolava “Figlio mio, lascia questo Paese” e la seconda scritta da sedici giovani italiani espatriati che si sono appellati al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e ai quattro Presidenti emeriti chiedendo di fermare la fuga dei giovani italiani all’estero.

Di seguito le due lettere….

Illustrissimi Presidenti
Giorgio Napolitano,
Carlo Azeglio Ciampi,
Oscar Luigi Scalfaro,
Francesco Cossiga
p.c.
Presidente del Senato On. Renato Schifani
Presidente della Camera dei Deputati On. Gianfranco Fini
Ministro della Gioventù On. Giorgia Meloni,

Milano, 4 dicembre 2009

negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani italiani sono emigrati all’estero, per fuggire dal Paese più immobile d’Europa. Un concentrato di immeritocrazia, nepotismo e gerontocrazia che ha pochi pari nel Vecchio Continente. Un Paese che, dati alla mano, preferisce parcheggiare i propri giovani – le forze più creative e innovative della società –, relegandoli in angoli spesso scomodi, tra lavori precari e un welfare state a quasi totale carico della famiglia di origine, anche per questo l’Italia non è Europa. I protagonisti del progetto “La Fuga dei Talenti” Vi scrivono la seguente lettera, per chiedervi aiuto. Avviate voi per primi, con l’autorità morale di cui godete, il cambiamento. Rendete questo Paese un luogo dove i giovani possano vivere e affermarsi solamente sulla base del proprio merito, senza bisogno di parentele e cooptazioni. Rendete l’Italia una democrazia finalmente compiuta.

Signori Presidenti, noi non torniamo perchè…:

Oscar Bianchi, compositore di musica classica contemporanea, 34 anni, Stati Uniti/Germania: “Non torno, semplicemente poiché non potrei mai esistere nel mio Paese in quanto compositore. Non esistono più investimenti (pubblici e privati), né di conseguenza un mercato che conceda alla mia ‘categoria’ il diritto di esistere, professionalmente e socialmente. Gli italiani come me hanno bisogno di poter credere: l’Italia che ho conosciuto nell’ambiente accademico e professionale ha corrotto fino al decesso quella fede nell’uomo, nelle sue risorse e nella sua capacità di realizzazione, che renderebbe un cittadino come me fiero del proprio Paese e dei valori che esso veicola”.

Luca Candeago, ricercatore, 28 anni, Spagna: “Non tornerò in Italia, non per adesso almeno. Questi anni di soggiorno “obbligato” all’estero sono stati decisivi per comprendere che il valore della meritocrazia non è più rispettato in un Paese come il nostro. Un Paese che rimane tuttora un immenso serbatoio di cervelli, ma che investe davvero poco sui giovani e sulle loro potenzialità”.

Damiano Migliori, ingegnere, 31 anni, Francia: “Non torno perché – nonostante senta l’Italia come il mio Paese – lo vedo in declino. E se guardo al futuro, non vedo le leve per migliorare le cose. Non riesco ad immaginarmi come attore della mia crescita, nonché del miglioramento del mio Paese”.

Michele Lanzinger, manager e imprenditore, 35 anni, Spagna: “Non torno, perché non vedo reali opportunità per giovani intraprendenti e volonterosi in questa Italia che di giorno in giorno si allontana da quell’ideale di eccellenza che fino a qualche decennio fa ci aveva portato ad essere una nazione invidiata e rispettata in Europa e nel mondo. Oggi non rappresentiamo più un esempio da seguire, se non in pochi settori di nicchia, in cui stiamo vivendo di rendita”.

Giuliano Gasparini, consulente, 33 anni, Spagna: “Non torno perché, dopo anni di vita all’estero, mi rendo conto che il sistema-Italia non mi si addice più. Non riesco a capire perché le motivazioni alla base di decisioni importanti non vengano prese rispettando parametri meritocratici, ma piuttosto parametri che rispondono a interessi specifici. Tutto ciò mi genera conflitti e frustrazioni interne, che non sono più disposto ad accettare”.

Francesco Dellisanti, consulente, 33 anni, Gran Bretagna: “Non torno, perché a Londra il mio dottorato è valorizzato in azienda, e non solo in università. Il mercato del lavoro è più flessibile che in Italia, per cui qui ho più opportunità. Infine, perché i progetti di consulenza aziendale su cui lavoro sono di respiro internazionale, nonché molto formativi”.

Dario Pompili, professore universitario, 32 anni, Stati Uniti: “Sono andato via dall’Italia per l’incertezza del futuro nel campo della ricerca, e per la bassissima correlazione fra impegno e premio, dovuta a logiche non meritocratiche e spesso clientelari”.

Paolo Besana, ricercatore, 35 anni, Gran Bretagna: “Non torno, perché dopo cinque anni in Scozia mi trovo bene e mi sento a casa – cosa che non riesco più a sentire in Italia. Non è solo un problema di fondi per la ricerca… ma di mentalità. In Gran Bretagna so che quello che mi spetta (dalla posizione in coda all’ufficio postale fino ai riconoscimenti in università) lo ottengo senza dover combattere continuamente con chi cerca di passarmi avanti”.

Cristina Cammarano, professoressa universitaria, 36 anni, Stati Uniti: “Non torno perché, come insegnante di filosofia al Liceo, non potevo neanche pagare l’affitto. Se pure avessi conseguito un dottorato in Italia, data l’impossibilità di trovare un lavoro adeguato al mio titolo di studio, avrei insegnato alle scuole superiori, oppure avrei agonizzato per anni, in attesa della morte del mio “barone”, per poterne prendere il posto”.

Teresa Fiore, docente universitaria, 39 anni, Stati Uniti: “Non torno perché, dopo tanti anni, la mia vita è qui, e il mio percorso professionale è legato al contesto americano. Ma – a differenza di tanti miei colleghi inglesi o francesi (per esempio) – questa non è solo una scelta personale. Mentre loro possono prendere in considerazione l’ipotesi di un ritorno (e quindi una reintegrazione nel sistema, con pieno riconoscimento dell’esperienza accumulata), noi italiani non percepiamo di potere contare sul sistema che ci ha formati per anni. Un sistema che non sembra interessato a instaurare o a riprendere una collaborazione di tipo professionale, in maniera sistematica o garantita”.

Patrizia Iacino, designer, 38 anni, Stati Uniti: “Non torno in Italia, perché non esistono possibilità e strutture per poter sviluppare concretamente il mio lavoro. L’Italia è un Paese fermo nei suoi squilibri, in cui l’interesse principale non è investire sul futuro, ma lasciare intatti i privilegi di alcune categorie sociali”.

Paola Oliveri, Senior Lecturer (Professore), 40 anni, Gran Bretagna: “Non torno, perché la situazione della ricerca italiana è assolutamente disastrosa. Le risorse economiche dedicate sono praticamente inesistenti, e i pochi finanziamenti accessibili non sono distribuiti in base a criteri meritocratici, ma sulla base di politiche provinciali, miopi e clientelari. Tutto ciò rende impossibile esercitare in modo professionale e competitivo – a livello internazionale – gli studi che svolgo nel campo della biologia dello sviluppo. Per di più, questa gestione personalistica del denaro pubblico porta ad una grande perdita economica – e soprattutto culturale – per lo Stato Italiano. Due settori ne sono particolarmente penalizzati: la ricerca di base ed i giovani”.

Simonetta Camandola, ricercatrice, 41 anni, Stati Uniti: “Non torno perché in dieci anni – da quando ho lasciato l’Italia – non è cambiato nulla. Intelligenza, entusiasmo e amore per la Scienza non contano niente”.

Marco Fantini, economista, 44 anni, Belgio: “Non torno, perché l’Italia è un Paese rivolto al passato. Un Paese dove ciò che è stato è sempre più importante di ciò che sarà. Dove i ‘diritti acquisiti’… sono acquisiti sempre dalle stesse persone”.

Veronica Manfredi, funzionaria della Commissione Europea, 39 anni, Belgio: “Non torno, perché ho trovato a Bruxelles e nel mio lavoro quotidiano per l’Europa un senso profondo ai miei studi a carattere internazionale, e perché so che mi sarebbe ancora difficile – in Italia – valorizzarli in maniera adeguata. O, quantomeno, in grossa parte del territorio nazionale”.

Elisabetta Montaguti, funzionaria presso un’importante istituzione internazionale, 44 anni, Belgio: “Non torno perché, nelle circostanze descritte sopra, e di fronte alla cultura dell’illegalità da troppi condivisa o tollerata nel mio Paese, non avrei la possibilità di fare qualcosa di utile, o di fare la differenza con le mie energie intellettuali ed operative, né tanto meno di riceverne riconoscimento”.

…ma potremmo tornare se:

Oscar Bianchi, compositore di musica classica contemporanea, 34 anni, Stati Uniti/Germania: “Tornerei se cominciassi a ravvisare chiari segnali di investimento nel campo dell’arte e della ricerca, e se esistessero condizioni di merito e standard di trasparenza al pari di altre democrazie occidentali. Tutto ciò potrà avvenire solo attraverso un vero e proprio rinascimento morale del sistema politico e dirigenziale di questo Paese. È un sogno, il mio: auspico che diventi realtà. Se non per me, almeno per le generazioni future… e sarei pure felice di poter contribuire a questa utopia”.

Luca Candeago, ricercatore, 28 anni, Spagna: “Questa è la nostra patria, e ancor più che lasciare i propri cari, è davvero doloroso consegnare a realtà straniere il grande potenziale che noi giovani rappresentiamo. Se l’Italia vuole davvero proteggere il proprio patrimonio, cominci da noi, giovani emigranti, che tanto possiamo apportare alla culla della civiltà”.

Damiano Migliori, ingegnere, 31 anni, Francia: “Potrei tornare se, pensando al mio futuro in Italia, riuscissi a sentire che c’è un terreno fertile e uno spazio per quelli che non stanno “a guardare”, ma hanno voglia di rendere migliore la propria vita e quella di chi li circonda. Potrei tornare se ci fosse più meritocrazia, senso di giustizia e uguaglianza sociale”.

Michele Lanzinger, manager e imprenditore, 35 anni, Spagna: “Potrei tornare, se il mondo politico e quello imprenditoriale si facessero seri promotori di una nuova epoca di eccellenza per il nostro Paese, in cui i giovani talenti rappresentassero un asset strategico su cui investire… più che manodopera a basso costo”.

Giuliano Gasparini, consulente, 33 anni, Spagna: “Potrei tornare, se il mio Paese si trasformasse in una “Meritocrazia”, dove le persone con capacità e volontà venissero sempre più coinvolte nel sistema, aiutandolo a migliorarsi di volta in volta. Un processo che – in ultima istanza – si potrebbe definire “Progresso Paese”, dove i benefici vengono trasmessi alle generazioni future, al fine di garantire un futuro migliore e più equo”.

Francesco Dellisanti, consulente, 33 anni, Gran Bretagna: “Potrei tornare, se il mio rientro fosse incentivato mediante una riduzione temporanea dell’aliquota fiscale, per compensare la tassazione più elevata e la minore retribuzione in Italia. Potrei tornare se il sistema formativo secondario migliorasse per davvero. Questo per le generazioni future, inclusi – forse – i miei figli”.

Dario Pompili, professore universitario, 32 anni, Stati Uniti: “Non torno in Italia, perché nulla è stato fatto negli ultimi anni per offrire opportunità a chi è meritevole. Inoltre, le scelte della vita sono spesso irreversibili. Ed è proprio per questo che bisogna rapidamente introdurre la meritocrazia nella società italiana, dando più spazio a quei giovani di valore che non hanno ancora lasciato il nostro Paese. Proprio perché viviamo nell’era della globalizzazione, l’Italia non può più permettersi di non intervenire efficacemente per fermare l’emorragia di giovani capaci”.

Paolo Besana, ricercatore, 35 anni, Gran Bretagna: “Potrei tornare, se la gente smettesse di pensare che trovare la via più furba per raggiungere i propri obiettivi (danneggiando quindi gli altri) sia qualcosa di meritevole”.

Cristina Cammarano, professoressa universitaria, 36 anni, Stati Uniti: “Potrei tornare, se l’università italiana diventasse un sistema aperto; se ci fossero per me reali possibilità di lavoro; se la ricerca – non solo quella scientifica, ma anche quella legata alla grande tradizione umanistica per cui siamo tanto apprezzati all’estero – venisse trattata come una cosa seria”.

Teresa Fiore, docente universitaria, 39 anni, Stati Uniti: “Potrei tornare se si sviluppassero possibilità di lavoro flessibile, attraverso progetti di collaborazione internazionale a tempo determinato, volti a incorporare l’esperienza e il punto di vista degli italiani residenti all’estero: non solo per condividere con loro le conoscenze acquisite, ma per pensare l’Italia in un quadro più concretamente internazionale, in cui l’apporto di chi se ne è andato non venga dimenticato, né resti marginale o secondario. Ma risulti integralmente inserito in una serie di progetti, in sinergia con le nostre istituzioni di riferimento all’estero”.

Patrizia Iacino, designer, 38 anni, Stati Uniti: “Tornerei se l’Italia diventasse un Paese aperto, economicamente dinamico. Se si cominciasse ad investire sulla ricerca e sul futuro”.

Paola Oliveri, Senior Lecturer (Professore), 40 anni, Gran Bretagna: “Potrei tornare se più soldi venissero dedicati alla ricerca, e soprattutto se questo denaro venisse distribuito in base alla validità e al grado di innovazione dei progetti, (previa valutazione di esperti internazionali). Esattamente come avviene in tutti i posti del mondo in cui l’avanzamento della conoscenza umana è considerato parte importante della società. Potrei tornare, se una fetta dei finanziamenti fosse dedicata ai giovani, con una particolare attenzione a sviluppare la loro indipendenza. Infine, se si instaurassero o si privilegiassero dei meccanismi di mobilità, con la duplice finalità di rompere le logiche clientelari e di creare una classe di ricercatori internazionali… e non provinciali”.

Simonetta Camandola, ricercatrice, 41 anni, Stati Uniti: “No, grazie. Ho abbandonato ogni speranza di poter fare ciò che amo in Italia (senza morire di fame o dover accettare umiliazioni, prevaricazioni e compromessi) ben prima del luglio 1998, quando sono salita sull’aereo che mi ha portato negli States”.
Marco Fantini, economista, 44 anni, Belgio: “Potrei tornare, se per una volta vedessi che alle parole si sostituiscono i fatti. Se qualche barone o qualche dinosauro venisse sostituito da un giovane di talento”.

Veronica Manfredi, funzionaria della Commissione Europea, 39 anni, Belgio: “Potrei tornare, se mi si convincesse che la mia esperienza può essere veramente utile al mio Paese. Che potrei contribuire a trasformarlo in un luogo di rispetto dei valori di onestà, legalità, seria attenzione alle classi meno privilegiate, promozione meritocratica delle intelligenze. E con ciò non intendo certo dire che, per contro, tutto funzioni sempre a meraviglia “in Europa”. Ma gli errori degli altri non dovrebbero impedirci di sperare il meglio per la nostra, straordinaria, nazione”.

Elisabetta Montaguti, funzionaria presso un’importante istituzione internazionale, 44 anni, Belgio: “Potrei tornare, se i cittadini avessero la possibilità di verificare in modo trasparente che almeno le strutture pubbliche ad ogni livello, come negli altri Paesi europei, funzionano nell’interesse comune. E se si potesse verificare che chi opera correttamente all’interno di queste strutture venga tutelato da clientelismi e soprusi”.

Illustrissimi Presidenti, siamo pienamente consapevoli – noi più di chiunque altro – delle enormi difficoltà da affrontare per invertire questo processo emorragico, e allo stesso tempo riteniamo sia necessario dare segnali concreti e muovere dei primi passi verso il cambiamento, per impedire che la situazione – già critica – diventi irreversibile. Affidiamo quindi alle Vostre mani questa lettera, nella speranza che venga accolta e diventi possibile – con l’aiuto delle istituzioni, fino a oggi sorde al nostro messaggio – immaginare un futuro meno nomade per i giovani talenti italiani.

Oscar Bianchi, Luca Candeago, Damiano Migliori, Michele Lanzinger, Giuliano Gasparini, Francesco Dellisanti, Dario Pompili, Paolo Besana, Cristina Cammarano, Teresa Fiore, Patrizia Iacino, Paola Oliveri, Simonetta Camandola, Marco Fantini, Veronica Manfredi, Elisabetta Montaguti.


“Figlio mio, lascia questo Paese"
di Pier Luigi Celli - Direttore generale della Luiss "Guido Carli"

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.

Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze. Preparati comunque a soffrire.

Con affetto, tuo padre
30 novembre 2009

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